La cosa più difficile della quarantena è riuscire a districarsi nei pensieri che ti assalgono frenetici.

Da oltre dieci giorni sono rinchiuso in casa senza riuscire a darmi delle risposte alle centinaia di domande che quotidianamente attraversano la mia testa.

Che tipo di rapporto ho instaurato con il mio lavoro?

Questa è senz’altro la domanda più frequente, quella che riesce a mettermi più in difficoltà. Non ho mai pensato che l’essere umano si realizzasse attraverso il lavoro, per contro non ho mai guardato al lavoro come un fenomeno neutro, anzi, ho trovato nella mia attività delle gratificazioni, delle amicizie, ho provato a metterci me stesso, a provare il più possibile a far passare un messaggio politico.

Faccio il dj. Da oltre un mese non tocco la consolle del posto che, negli ultimi anni, ho spesso chiamato casa. Un locale che di per sé sarebbe poco più di uno degli ultimi spazi che ancora vivono lungo i Murazzi sul Po se non fosse per le persone che lo vivono e lo attraversano che sono una delle cose che mi manca di più in questi giorni di solitudine.

Un mondo multiforme e contraddittorio che però riesce sempre a regalarti qualche perla, qualche riflessione, un sorriso o la costruzione di rapporti intensi seppur confinati in quella bolla che si chiama notte.

Da un mese non so cosa sarà del mio futuro: se e come riaprirà il posto che da due anni è una delle mie principali fonti di reddito.

Chi lavora dietro a una consolle lo sa che è precaria la sua condizione per definizione, ma essere in distacco forzato per la prima volta mi fa interrogare su quanto dietro a dei cdjs si riescano a costruire rapporti e amicizie profondissimi, ma poi manchi la capacità di fare uscire quei rapporti dalla notte.

Mi stupisce l’incapacità che abbiamo, forse per quella forma di vergogna quando alla domanda “che lavoro fai” rispondi “metto musica” pensando tu stesso che quella roba non sia un lavoro vero, di riconoscerci, di nominarci, di organizzarci.

Ho ancora stampato in testa l’ultimo pezzo che ho messo a una serata:
“Supereroi contro la Municipale” stoppato a metà perché il generatore della street di SOTTOSOPRA si è rotto.

Quel corteo è stata l’ultima volta che il mondo della notte si è guardato in faccia, sapevamo tutti che per una settimana sarebbe saltato tutto, ma io ero sereno, pensavo “tra una settimana ci vediamo di nuovo tutti al fiume”, invece no, al fiume da allora non ci è più andata gente.

E oggi da casa le emozioni da nominare sono tantissime, la paura di non rincominciare, la speranza di non ricominciare in un mondo uguale a quello di prima, la rabbia verso il mondo, il complesso di insicurezze che non mi dava la forza di scrivere questa parole, l’affetto e l’amore verso le persone che sto sentendo in questi giorni, la commozione nel vedere quella ragazza che sul balcone balla la mia selezione durante uno dei flashmob delle 18 che mi ricorda che con la musica non si scherza perché il messaggio che manda non è mai neutro.

Io non lo so come e quando usciremo da tutto questo: so che non voglio che tutto torni come prima. Per uscirne voglio provare a prendere lezione dalle compagne che da decenni dicono che serve “partire da noi”.

E allora forse voglio partire da me, cosa che non sono abituato a fare. Voglio dire che non mi va di uscire e trovare il mondo di prima, se deve andare così non voglio uscire. Voglio uscire e trovare nuovi strumenti di solidarietà coi miei colleghi, non voglio che continuiamo a contenderci le briciole della nottendi questa città pronti ad accoltellarci dietro al primo angolo di strada, voglio che ci lanciamo e la ricostruiamo la notte di questa città, tutta nuova non rivangando vecchi schemi un po’ reazionari.

Voglio che usciamo da tutto questo capendo che non serve lavorare 10 ore al giorno, che abbiamo lavorato tutti e tutte troppo facendoci del male.

Se penso a quante volte sono tornato a casa distrutto senza la voglia di approfondire relazioni, di mettermi in gioco, di dire come stessi per davvero, perdo il conto.

Voglio che usciamo da qui che questa crisi la paghi chi non ha mai pagato: chi ci ha costretti a ritmi di vita folli, a lavori sottopagati o gratuiti, a essere degli affaristi, a non occuparci di come stavamo per produrre di più.

Voglio che usciamo da qui per prenderci sto fottutto reddito di esistenza e che la smettiamo di mediare e contrattare sulle briciole che ci lasciano il governo, il padrone o la confindustria di turno.